Il racconto dello psicologo che segue Voci, il progetto sostenuto da Intesa Sanpaolo attraverso il Programma Formula in collaborazione con Fondazione Cesvi.

Il tema della violenza di genere è sempre stato un tema che mi ha colpito, in primo luogo in quanto uomo, poi come professionista.
Il pensiero che minori che vivono in ambienti violenti saranno gli adulti del futuro è una questione che mi spaventa.
Chi si occupa di loro?
Cosa accade ad un minore che assiste a manifestazioni di violenza verso la madre?
Cosa posso fare io per arginare il triste primato della violenza agita?

Queste sono alcune delle domande che mi hanno spinto a lavorare in questo settore, pure nella consapevolezza che occuparsi del trauma dei minori è un tema difficile e delicato, ma che proprio per questo è tanto più importante prendersene cura.
Pensando al lavoro che svolgo spesso mi viene in mente un contenitore, una cornice solida, una relazione sicura nella quale potersi sentire liberi di poter fare emergere il non detto o il non dicibile, uno spazio che sappia contenere le fragilità, i pezzi piccoli e taglienti dell’affettività ridotta in brandelli. Mi viene in mente un luogo dove poter fornire gli strumenti per rimettere insieme e ricostruire.

Eppure mi rendo conto che per raggiungere le persone che si trovano a vivere momenti di fragilità esistenziale estrema, è necessario mostrare apertura alla relazione, nel rispetto dei tempi dell’altro. A volte sento di essere un equilibrista che mentre va avanti deve costantemente monitorare una miriade di variabili: avere in mente il vissuto del minore, il proprio stato d’animo, essere un estraneo che è lì per cercare di aiutare; la difficoltà e l’obiettivo del lavoro forse è proprio riuscire a passare da estraneo a persona di cui fidarsi e con la quale instaurare una relazione significativa. Credo che l’utilità del mio lavoro si possa leggere attraverso la metafora di un oggetto ridotto in pezzi che trova, grazie alla relazione con il professionista, il modo di ricomporsi e di ricostruirsi, dove il ricostruirsi diventa occasione di miglioramento e trasformazione: non spariscono i segni di quello che si è vissuto, ma diventano parte integrante della propria storia.

Molte sono tuttavia le preoccupazioni legate al mio agire lavorativo, quella che mi attanaglia di più è data dalla costanza di queste domande: riuscirò ad essere significativo per questo minore?
Saremo in grado di fargli riprendere la sua strada senza ostacoli?
La paura è che a volte il mio lavoro sia una goccia in mezzo al mare, in alcuni momenti mi sento come una persona che cammina in una stanza piena di oggetti delicati e, nondimeno, sogno di poter essere un piccolo granello di sabbia che ostacola il proliferare della violenza come struttura di relazione; così, dal futuro mi aspetto che una singola azione possa avere, a cascata, una ripercussione positiva su altri.

Oggi, ripensando al mio percorso lavorativo, mi guardo indietro e vedo una persona che durante la formazione pensava:
sarò in grado?
Sarò adeguato alla situazione?

E poi mi rivedo ad accogliere il primo minore, mi rivedo di fronte al suo timore e alla sua timidezza che trovava riconoscimento nella mia. Questo porta a credere che la professione di cura che svolgo quotidianamente consista nell’offrire la possibilità di crescere anche nelle peggiori condizioni e che niente abbia a che fare con una sfida, né con una prova di forza.