Io sono Abou


La storia di Abou racconta di una scelta, necessaria e inevitabile, fatta a soli 17 anni, e di un viaggio, pieno di paure e incertezze. Quella di Abou non è una storia più bella di altre, non è speciale e neanche vuole esserlo. È una storia drammaticamente uguale a tante. Che parla di dignità, coraggio e speranza.

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Rabbia, diffidenza, nessuna voglia di essere aiutata. E sette badanti cambiate in due anni. Lina non è una persona semplice con cui relazionarsi. In pochi attimi sa diventare una furia. Ha 95 anni, sa quello che vuole e quello che non vuole. Vuole morire lì, nella sua casa. E non vuole nessuno che si occupi di lei. A dire il vero ne avrebbe anche di motivi per essere arrabbiata. Ha perso il marito molto presto e una malattia si è portata via la sua unica figlia, tanti anni fa. Vive sola, nella casa che per lei significa tutto. Con il cuore che sanguina e le pareti che trasudano ricordi.

Una miscela sempre più pericolosa, con l’età che avanza e la lucidità che diminuisce. La parente più stretta di Lina, sua unica nipote, si chiama Silvia e vive in Svizzera con la famiglia dal 2006. Viene a Pesaro tre volte all’anno, ma più di tanto non può fare. Lina infatti, nemmeno con lei è collaborativa. “Mia nonna – ammette Silvia – ha sempre avuto un carattere forte e scostante, che col tempo l’ha isolata da tutti. La solitudine non l’ha mai spaventata, ma gli acciacchi dell’età, la perdita di memoria e l’aumento dell’aggressività, hanno reso la situazione insostenibile. Il bisogno di un aiuto in casa era diventato necessario”.

A capire che il punto di non ritorno rischiava di avvicinarsi è stato anche Carlo, suo medico di condotta, che nel 2015, in accordo con Silvia, ha preso in mano la situazione. “Lina si stava lasciando andare – racconta – si nutriva solo di latte e biscotti e nemmeno sempre”. Carlo a dire il vero conosce Lina fin da piccolo, quando veniva puntualmente sgridato da lei se giocava in cortile con gli amici.

La mamma di Carlo è ancora oggi dirimpettaia di Lina e fa parte di quelle persone che in qualche modo hanno provato ad aiutarla, facendole la spesa, portandole qualcosa. “Negli ultimi anni non voleva più nessuno – continua Carlo – e spesso nelle visite periodiche mandava via anche me. Allo stesso tempo cominciava a non essere più autosufficiente. Il peggioramento fisico e psichico di Lina erano ogni giorno più evidenti. Il rischio che cadesse a terra senza poter chiedere aiuto, così come la paura che potesse lasciare il gas acceso o altri inconvenienti simili, mi hanno spinto a non attendere altro tempo”.

Abou la notte sogna spesso. E nei sogni vede il suo Paese, la Costa d’Avorio. Il suo villaggio, lontano dalle grandi città. E dettagli, più o meno nitidi, dei suoi ricordi. Poi il sogno svanisce, Abou si sveglia, apre gli occhi. In un istante realizza dove si trova. Un centro di accoglienza dell’entroterra di Pesaro. Pochi attimi e la nostalgia del sogno lascia spazio a un sospiro di sollievo. A una velata serenità. Alla consapevolezza di aver fatto una scelta, necessaria e inevitabile, a soli 17 anni. Quella di partire. Di cominciare un viaggio, pieno di paure e incertezze, comunque più rassicuranti di una realtà ormai senza futuro.

In Costa d’Avorio la situazione politica è piuttosto critica, come dimostrano i disordini di gennaio e maggio 2017. E ad oggi, nell’intera area saheliana, la sicurezza resta precaria, a causa della presenza di forze irregolari e bande armate, anche di ispirazione jihadista. Vivere lì è difficile. Specialmente se sei poco più che adolescente, ti ritrovi solo, senza più genitori, con la strada che diventa la tua casa. E per mangiare sei costretto a chiedere qualcosa alla gente che passa, quando va bene. Così scegli. Decidi. Parti. E così ha fatto Abou.

Ciò che si conosce di più dell’immigrazione, per certi versi, è il viaggio. Giorni, mesi, nei quali il coraggio e la speranza, ma anche la paura, lo sconforto e in tanti casi la morte, sono instancabili compagni lungo la via. I giornali, la televisione, il web, ne raccontano tante di storie, per chi ha voglia di conoscerle. Il lieto fine non è per molti. Se infatti chiedi ad Abou di parlarti del suo cammino nel deserto e della traversata in mare dalla Libia a Lampedusa, i suoi occhi si incupiscono. E quando ricorda i giorni libici, si velano di lacrime. “Ho lavorato come schiavo nella famiglia del fratello di uno scafista. Solo questo mi ha permesso di salire su una nave. Non avevo soldi con me, né loro me ne hanno dati”. Rivivere quei momenti costa fatica. E quando il racconto si sposta sullo sbarco in Italia avvenuto a maggio del 2017, Abou sembra quasi sollevato. “Cosa ho provato quando sono arrivato qui? Ero contento”, risponde con un leggero sorriso.

Quella di Abou non è una storia più bella di altre, non è speciale e neanche vuole esserlo. È una storia drammaticamente uguale a tante. Nelle sue parole c’è dignità. C’è la voglia di far conoscere, di farsi conoscere. Già, perché spesso, il non conoscere, può giocare brutti scherzi: gli stereotipi vengono scambiati per verità e i pregiudizi per dogmi. “Raccontare è far sapere chi sei. Ascoltare, serve a capire”. Semplice, diretto. Con passioni e ideali simili a quelli di tanti suoi coetanei. Crede molto nell’amicizia, Abou: “Preferirei camminare assieme a un solo buon amico, piuttosto che con tante persone che non sento vicine”. E segue il calcio. Tifa per il Barcellona e in particolare per Messi: “perché è forte, serio e piccolino come me”. Abou è un ragazzo sveglio. Nel suo paese ha frequentato le scuole superiori, è appassionato di filosofia. E ha capito subito l’importanza di darsi da fare, per chi si trova nelle sue condizioni: “Platone diceva che se vuoi conoscere un popolo, devi ascoltare la sua musica. È questo che cerco di fare”. Studia ogni giorno per perfezionare la lingua e per conoscere la realtà in cui vive, è iscritto al Job, è un volontario Auser, periodicamente aiuta a pulire le strade e a tenere in ordine il verde pubblico ed è in attesa dell’attivazione di un tirocinio.

Ma l’attesa più grande, per ogni migrante, è quella della risposta della Commissione territoriale, che decreta se si è idonei ad avere un riconoscimento di protezione, ovvero un documento. “La mia speranza – sospira Abou – è che questa risposta possa essere positiva. Così potrò cercare un lavoro vero o confermare quello del tirocinio, essere un buon cittadino e ripagare l’Italia per tutto questo”.

Raccontata da Marco, Ivan, Andrea e Mattia